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E AGICONSUL aveva ragione… #avvocati #concorrenza

di Riccardo Cappello

Gli oltre 1165 che si spartiscono le posizioni apicali dell’avvocatura (tra Consigli dell’Ordine e CNF) e che, si presume, siano in grado di “leggere” il diritto e di interpretarne l’evoluzione, costringono gli iscritti a pagare pro quota il portato di una sentenza facilmente prevedibile anche dall’uomo della strada.

È chiaramente previsto nei Trattati istitutivi dell’Unione Europea la prevalenza della normativa e la giurisprudenza europea su quella nazionale, ma gli eredi di Cicerone non hanno, o non hanno voluto, comprendere questo concetto elementare facendo pagare all’avvocatura il prezzo della loro scelta e trascinandola nel ridicolo.

Dal lontano 1974 (21.06.1974, sentenza della Corte di Giustizia sul caso Reyners) una costante giurisprudenza stabilisce che “l’attività forense è abbastanza commerciale da beneficiare della libertà di stabilimento, quindi, anche soggetta alle regole della concorrenza” e che “La professione forense non costituisce partecipazione all’esercizio dei pubblici poteri neppure quando il ministero o l’assistenza dell’Avvocato é obbligatorio poiché, in ogni caso, l’esercizio di tale attività lascia intatta la valutazione dell’Autorità giudiziaria ed il libero esercizio della funzione giurisdizionale”.

Tradotto: assimilazione dell’esercizio professionale all’attività d’impresa.

Da allora gli ordini territoriali, le associazioni satelliti e il CNF continuano ostinatamente a negare l’evidenza in nome di una non ben definita “specificità” assecondati dalla politica, interessata solo al consenso.

Così una sanzione di 912.536,40 euro viene inflitta al CNF, cioè a tutti noi, dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (provvedimento n. 25154 del 22.10.2014) per aver posto in essere “un’intesa unica e continuata, restrittiva della concorrenza, consistente nell’aver censurato come illecito disciplinare la richiesta di compensi inferiori ai minimi tariffari (circolare n. 22-C/2006) e per aver limitato l’uso di un canale promozionale per pubblicizzare la convenienza economica della prestazione professionale (parere n. 48/2012 relativo al caso “AmicaCard”)”.

Dopo una decisione del TAR Lazio, che riduceva la sanzione senza cancellare il principio, il Consiglio di Stato (sentenza n. 1164 del 22.03.2016) ha confermato l’originaria sanzione-pecuniaria che costringerà gli iscritti a pagare gli errori di chi, forse, ne difende l’assetto per restare al vertice.

AGICONSUL, che da sempre suggerisce di prendere atto della realtà, è stata sistematicamente esclusa da tutte le sedi di discussione forse perché si temeva, e si teme, possa farsi strada la sua tesi “rivoluzionaria” che turba il consociativismo associativo.

Oggi, però, sono in molti a chiedersi: stante l’obbligatorietà del versamento dei contributi, è giusto che le iniziative dei vertici siano pagate anche dagli iscritti che non le condividono? Devono i giovani pagare le nostalgie dei vecchi?

I vertici cercano di acquisire sempre nuove competenze, mentre non sono neppure in grado di svolgere le troppe di cui già dispongono e dilapidano le risorse clonando il modello politico. Forse è venuto il momento di rivedere l’impalcatura dell’ordine forense che, così come strutturato, conferisce solo clienti ai vertici danneggiando i cittadini, il funzionamento della giustizia, i giovani e gli stessi iscritti.

Avv. Riccardo Cappello

Presidente AGICONSUL

Associazione AGICONSUL
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