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Avvocato e Mercato: alcune riflessioni di natura culturale

La prospettiva Comunitaria del Ruolo e della funzione dell’Avvocato – anche e soprattutto quale Imprenditore – è certamente apprezzabile e condivisibile negli intenti, ma soffre della disomogeneità che caratterizza la regolamentazione della professione in ciascun Stato membro.  L’Unione ( politica ) Europea è ormai il “passo” culturale necessario ed indispensabile che può concretamente realizzare ognuno dei valori che informano la Comunità. Se mai una tale “utopia” dovesse prendere “vita” è indubbio che l’Italia avrebbe molti “passi” culturali da compiere.

L’arretratezza “ideologica” sul significato dell’Avvocato quale Imprenditore è così profonda che anche attraverso una breve disamina della situazione attuale è possibile comprendere l’enorme confusione che esiste fra il concetto di liberalizzazione delle professioni e le conseguenze in tema di concorrenza, competenza ed etica. Ad onor del vero gran parte di questa confusione – che si pone nell’area dell’ignoranza rispetto ai valori della libera concorrenza – ha un origine remota: l’atavico disconoscimento del “merito” nell’accesso al Mercato; qualsiasi Mercato. Ed a proposito di “accesso” sono sorprendenti – almeno per uno spirito autenticamente liberale – le tesi che si dibattono. Da un lato maglie sempre più strette per il riconoscimento di un titolo che legittima all’esercizio della professione; dall’altro la rottura di ogni argine alla regolamentazione. Si tratta di due estremi inaccettabili. Appare francamente ridicolo – ed è obiettivamente incongruo – consentire l’esercizio della professione dopo il superamento di un “esame di abilitazione” che, nella sostanza, altro non è che la reiterazione ( più complessa ) di nozioni e tecniche che dovrebbero essere già state acquisite con il riconoscimento della laurea. Una selezione che prescinde dal merito ed utilizza “tempi lunghi” e “casualità della verifica” per operare una scrematura meramente quantitativa. Altrettanto illogico ipotizzare il metro del conseguimento della “laurea” per esercitare, atteso che il Mercato – almeno come oggi strutturato e presente nella realtà sociale – non è affatto idoneo e capace a far emergere figure di eccellenza ( e forse nemmeno mediocri ). La selezione del Merito è, invece, l’humus che consente uno sviluppo “sostenibile” di ogni ipotesi di liberalizzazione. Sarebbe sufficiente – rispetto a provvedimenti risibili come quello del numero chiuso per l’accesso a Corsi universitari – prevedere precisi piani di Studi e risultati di eccellenza o di alto livello per poter, dopo il conseguimento della laurea, avviarsi ad una determinata scelta professionale.

Il Merito consente una reale libera ( e lecita ) concorrenza in una effettiva ipotesi di liberalizzazione

A seguito di alcune riforme normative la professione e, soprattutto, il Ruolo dell’Avvocato sembrerebbero  ormai entrati  a pieno titolo nel Mercato e quasi al pari di ogni altra attività di impresa.  Sarebbe gravemente errato, però, caratterizzare il fenomeno come “novità”: lo Studio Legale è pur sempre una attività di impresa e l’Avvocato ha, comunque, sempre ricoperto la figura di Imprenditore. I più elementari profili delle dinamiche tra “domanda ed offerta” non sono mai stati estranei alla professione e, tanto meno, le attività di marketing sono una novità di oggi. Più semplicemente ci si adeguava al contesto socio-economico del momento ed alla disciplina specifica. La prima forma di “promozione” era costituita dalle capacità tecniche dell’avvocato che, fornendo un servizio giudicabile come eccellente dall’assistito, poteva contare sul c.d. “passa parola”. L’oratoria era spesso finalizzata ad impressionare il proprio assistito ed una delle sue funzioni era proprio quella di ottenere un giudizio positivo del cliente, il quale a sua volta avrebbe “consigliato” ad altri il “proprio” professionista. Ma pure le “pubbliche relazioni” sono sempre state  considerate come “collettore” di clientela. Queste forme di marketing sono andate evolvendosi con il tempo e non di rado sono degenerate in comportamenti deontologici non corretti, se non illeciti. Sono noti, ad esempio, i fenomeni di riconoscimento di percentuali sul ricavato in favore di particolari “fornitori” di clientela (agenzie di pratiche auto, carrozzieri ed altre attività similari ).  L’ingravescente aumento del numero degli avvocati, ma soprattutto i mutamenti del contesto socio economico violentemente  esplosi con i fenomeni legati alla globalizzazione, hanno dato il via ad un lento cambiamento culturale ( e normativo) in direzione di una prima accettazione del marketing legale. Sono così state rese lecite condotte e comportamenti prima vietati: il patto di quota lite, l’avvocato low cost, la pubblicità ed i suoi contenuti, l’ingresso di soci di capitali negli studi legali ( disposizione che, in ragione di numerose osservazioni negative,  non dovrebbe essere introdotta), ridimensionamento delle funzioni e dei poteri degli Ordini, l’abolizione delle tariffe minime e massime.

Le ragioni indicate a sostegno di questa pseudo “rivoluzione” della professione muovono da due principi cardine: a) favorire la concorrenza, accrescere le opportunità per i più meritevoli ed allineare la normativa alle disposizioni comunitarie proprio in tema di libera concorrenza; b) favorire i consumatori che – nell’ambito di una ampia offerta –  possono operare delle scelte anche economicamente vantaggiose. Intorno a questi due principi si sono spesi ulteriori argomenti aventi ad oggetto la necessità di spezzare i privilegi ed il potere di una corporazione forte e tale da assurgere a casta.

Purtroppo la recente riforma dell’ordinamento forense e la disorganicità della disciplina pseudo liberalizzatrice creano confusione, disomogeneità e soprattutto “danni” per i cittadini.

L’unico elemento certo è il totale e completo fallimento della normativa che, fino ad oggi, ha regolato l’ordinamento forense sotto il profilo dell’accesso alla professione e della preparazione/competenza del professionista. Il sistema degli Ordini, la previsione di un esame di abilitazione obiettivamente inidoneo a verificare le concrete capacità professionali e la stessa struttura universitaria non hanno sortito effetto alcuno sull’ingravescente negativa situazione manifestatasi fin dall’inizio degli anni ’90.

Una seria prospettiva di riforma dovrebbe, in realtà, risolvere, definitivamente, alcuni problemi di fondo sulla professione, anche di natura culturale.  Innanzitutto, chiarendo che la professione di Avvocato è attività di Impresa e che i relativi “servizi” necessitano , per la loro natura di tutela di diritti espressi dalla Costituzione, di una specifica disciplina in materia di “accesso” e “competenza”.

La direzione di questo intervento dovrebbe seguire i principi “liberali” di uno Stato: una disciplina che garantisce “a monte” il corretto funzionamento e svolgimento dell’attività di impresa e senza alcuna ingerenza “successiva”. In quest’ottica l’intervento normativo dovrebbe riguardare l’Università: è il momento formativo che deve assicurare l’accesso e la preparazione. Le proposte di “numero chiuso” sono risibili e scarsamente idonee; l’accesso alla professione deve, invece, essere legato al merito. Ciò che sarebbe agevolmente realizzabile attraverso la previsione di “risultato”: per determinati esami e per la votazione finale di laurea.  

Ma lo stesso percorso di abilitazione professionale dovrebbe essere appendice di un complessivo momento formativo universitario. L’idoneità ad esercitare la professione dovrebbe essere coeva alla laurea. A sua volta la laurea – estranea ad ogni automatismo – dovrebbe essere la concreta espressione delle reali capacità del candidato ad esercitare la professione: anche dal punto di vista strategico e deontologico.

Una simile struttura formativa risolverebbe Il problema costituito dall’impossibilità – rebus sic stantibus – di pretendere l’ingresso a pieno titolo nel Mercato della domanda e dell’offerta del  Ruolo dell’Avvocato in ragione della particolarità dei “servizi” offerti e renderebbe superflua la regolamentazione dell’attività professionale attraverso Ordini Professionali di natura pubblicistica.

Ma per quale ragione la “situazione attuale” impedisce – oggettivamente – di equiparare l’Impresa “Studio Legale” a qualsiasi altra attività imprenditoriale?

Una Impresa entra nel Mercato perché UNICA ed ESCLUSIVA ragione della sua esistenza è quella di  scambiare beni o servizi dietro il corrispettivo di un prezzo: quindi è necessario  accrescere le opportunità per i più meritevoli e  favorire le opportunità per i consumatori.

L’Avvocato – che pure presta un servizio in cambio di un corrispettivo – ha un ALTRO RUOLO rispetto all’Impresa, ed è obbligato ad un’ALTRA FINALITA’: la tutela dei diritti.

Taluni replicano affermando: però esiste comunque una parte di scambio tipico del mercato che ben può seguire le regole dell’impresa. Il Ruolo e la tutela dei diritti è un’altra cosa: si può eseguire con coscienza qualsiasi servizio da quello legale a quello di trasporto di una merce.

Non è esattamente così! La tutela dei diritti è strettamente dipendente e connessa al modo con il quale l’Avvocato può pretendere ( o meno ) il corrispettivo per l’attività prestata. L’aspetto relativo al pagamento delle prestazioni è sempre subordinato al dovere di Assistenza e Difesa. L’impresa non può essere obbligata ad eseguire attività non previste dal contratto se non a fronte di un adeguamento del prezzo ed anzi è suo pieno diritto differenziare i servizi o i beni in riferimento al prezzo pagato dal cliente. Con diecimila euro non si può pretendere di avere una Ferrari.

L’Avvocato che assiste d’ufficio un tossicodipendente o che fiduciariamente riceve l’incarico di difesa da un alto funzionario di una società deve utilizzare la stessa diligenza, mettere lo stesso impegno, avere la medesima cura. E questa è la naturale conseguenza di ciò che è in gioco: la tutela di un diritto. La sua essenza non muta se il diritto appartiene al tossicodipendente o al funzionario della società; al lavoratore autonomo o alla grande multinazionale; al disoccupato o al banchiere.

Si potrà ancora replicare: ma queste sono favole, ricordano la funzione paternalistico-cavalleresca dell’avvocato valida fino agli anni del primo dopoguerra. Bisogna mettere “i piedi per terra”: esistono vicende delicate, questioni importanti ed esistono cause prive di difficoltà che chiunque, con un minimo di preparazione può fare: separazioni consensuali, recupero crediti, opposizioni a contravvenzioni stradali. La società è cambiata e le leggi sono cambiate.

Questo ragionamento è nuovamente il risultato di una prospettiva di “Mercato” della professione che è incompatibile – almeno con le regole attuali – con il Ruolo dell’Avvocato.

Non esistono cause importanti o meno importanti; ma soprattutto non esistono cause facili o difficili. Alle spalle di una separazione consensuale può celarsi una storia di abusi e violenze; un semplice recupero crediti può nascondere una usura. La “sensibilità professionale” è una qualità che si costruisce con l’esperienza e con il costante contatto con la realtà sociale che l’avvocato è obbligato a conoscere forse ancora più dei codici.

Questa prospettiva di “Mercato” pretende differenze del tutto inconciliabili con la tutela dei diritti. Le cause “minori” vengono trattate come commodities ( articoli di complemento alla professione, agevolazioni) prive di ogni valore economico.  Come i servizi di una camera di albergo: frigo bar, pantofole in stoffa, pettine o televisione satellitare.

Un simile meccanismo “stritola” e “straccia” i diritti rendendoli semplice merce: l’efficienza del Mercato imporrà  un avvocato irriguardoso verso questi accessori

Con una conseguenza ancora più drammatico: avvocati per ricchi ed avvocati per i non abbienti.

Tutto questo, che è lecito per l’impresa che tratta delle merci,  non lo è per l’Avvocato ( così come non lo è per il Medico ).

La professione ha un know how tecnico, un know how scientifico ed un know how etico.

Quello tecnico può essere appreso da molti: studio e conoscenza presuppongono esclusivamente la volontà del singolo

Quello scientifico può diventare bagaglio di un numero minore di persone: non è sufficiente conoscere una norma per ottenere giustizia in una causa. Due elementi diversi devono armonizzarsi tra loro: rigore scientifico e creatività

Quello etico appartiene a pochi ed è sintetizzabile in una espressione: si è avvocati non si fa l’avvocato.

 La pazienza e la sensibilità di “ascoltare” nello stesso modo chi può pagare bene, chi può pagare poco ed anche chi non può pagare sono qualità estranee al Mercato

Pensare e riflettere per ore su un “particolare” che può essere risolutivo per ottenere Giustizia sono doveri estranei al Mercato.

La Responsabilità dell’avere cura dell’assistito  – indipendentemente dalle sue condizioni economiche – è un valore estraneo al  Mercato 

La Corte di Giustizia ha definito come Ruolo Sociale quello dell’Avvocato e non certo sulla base di concetti astratti.

La conclusione è per certi versi necessitata: la professione dell’Avvocato deve esprimersi a pieno titolo nel Mercato. Affinché ciò avvenga – in una prospettiva concretamente liberale – è indispensabile che l’accesso e la competenza vengano disciplinati e regolamentati “a monte” attraverso un percorso universitario che garantisca il merito e la capacità professionale.

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maurizio vecchio
mauriziovecchio@studiolegalevm.it