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Confindustria - Assemblea 2012 Relazione del Presidente Giorgio Squinzi

[...] Per tutti noi imprenditori ricoprire cariche associative deve essere una missione al servizio delle imprese che rappresentiamo e, di conseguenza, al servizio del Paese. Se non dimostriamo con fatti concreti questa convinzione noi per primi, non potremo mai chiederla agli altri. Non potremo, in particolare, esigerla dai nostri politici. Non posso proprio accettare l’associazionismo come professione. Sono e rimarrò uno di Voi, un imprenditore. E sarò il Presidente di tutti gli imprenditori: questa non sarà la Confindustria di Giorgio Squinzi. Sarà la Confindustria di tutti gli imprenditori veri: grandi, medi e piccoli. Sarà la Confindustria di tutti coloro che credono nel futuro della propria impresa e nel futuro del nostro Paese [...] Ora è molto più diffusa di quattro anni fa la consapevolezza del cambiamento. Il cambiamento per noi imprenditori è un modo di essere, ma con l’esplosione della crisi deve diventare rapidamente consapevolezza di tutti. Fare l’imprenditore in Italia non è mai stato un mestiere facile. Oggi è diventata una sfida temeraria. Ho una convinzione forte, anzi fortissima, quella che mi ha portato all’impegno che sto assumendo: la bassa crescita dell’Italia è determinata soprattutto dalla difficoltà di fare impresa nel nostro Paese. L'impegno di Confindustria deve andare verso la rimozione di questa difficoltà. La complessità delle leggi e degli adempimenti, la lentezza della burocrazia, i lunghissimi e incerti tempi della giustizia, l’insopportabile carico fiscale, la mancanza di infrastrutture adeguate sono mali antichi di questo Paese. Negli anni questi fattori hanno pesato sempre più, ostacolando l’adeguamento del sistema produttivo alla triplice sfida della globalizzazione, della moneta unica, della rivoluzione tecnologica e informatica. Il risultato è stato un tasso di crescita dell’economia fra i più bassi al mondo. La grande crisi emersa negli Stati Uniti nel 2007 ha prodotto danni più gravi in Italia che nella maggioranza degli altri paesi. Il PIL italiano è del 6% inferiore al livello pre-crisi, mentre Stati Uniti e Germania hanno già riguadagnato quel livello nel corso del 2011. Nello stesso periodo, la produzione industriale è caduta di ben oltre un quinto. Ancora adesso, mese dopo mese, registriamo cali continui, che in alcuni settori sono drammatici. Le imprese italiane, specie quelle che lavorano prevalentemente per il mercato interno, sono precipitate in una crisi senza precedenti. Manca domanda e manca liquidità. L’accesso al credito bancario è diventato problematico. Lo Stato paga con ritardi sempre più ampi che non sono più tollerabili. Non sono degni di un paese civile. Altrove, proprio per aiutare le imprese, quei tempi sono stati ridotti. È anche vero che tra le imprese private i tempi di pagamento si sono molto allungati, mentre in Francia e Germania si sono accorciati. Ciò ha aumentato il fabbisogno finanziario proprio quando il credito bancario viene negato. Così la crisi economica e la crisi di liquidità si avvitano in una spirale che mette a rischio la sopravvivenza stessa delle nostre imprese [...] Il nostro primo compito è arrestare l’emorragia e restituire fiducia. L’emorragia si misura con le decine di migliaia di imprese che non sono sopravvissute alla crisi. L’emorragia si misura con gli oltre due milioni cinquecento mila persone che non trovano lavoro [...] Dobbiamo far capire a tutti che se le imprese non hanno futuro, non ha futuro il Paese, che la competitività ha valore sociale perché significa crescita, occupazione, benessere. Se si perde il potenziale produttivo della nostra industria, si impoverisce il Paese [...] Non basta però arrestare l'emorragia, risolvere l'emergenza. Il Paese ha bisogno di basi solide per tornare a crescere. Ci vogliono soluzioni di breve termine per superare la crisi e soluzioni di lungo termine per convogliare il risparmio verso investimenti distribuiti nel tempo, che diano occupazione e sviluppo. Rilanciare i consumi è fondamentale, ma non è sufficiente. Se non si dà prospettiva alla crescita di lungo termine con investimenti significativi, la ripresa non durerà. L'eccesso di finanza e il suo distacco dall'economia reale sono problemi che vanno affrontati e risolti. La finanza deve tornare alla sua missione originaria e naturale: supportare l'impresa nello sviluppo economico [...] Sarò un difensore, fermo e tenace, delle ragioni delle imprese. Difenderò le ragioni della legalità e della convivenza civile, senza le quali non può esistere né mercato, né impresa [...] La crisi che stiamo vivendo è la più lunga e la più profonda dal crollo del 1929. Rispetto ad allora vi è, però, un diverso motore di crescita: i paesi emergenti. All’incremento della loro produzione corrisponde un formidabile sviluppo dei loro consumi interni, con grandi opportunità di domanda, localizzazione degli investimenti, internazionalizzazione delle nostre imprese. Come conseguenza del processo di globalizzazione, il confronto competitivo diventa sempre più impegnativo e diventano centrali per la competitività aziendale i fattori esterni, quelli cioè derivanti dal sistema economico, politico e istituzionale in cui l'impresa si trova a operare. Su questi fattori l'impresa non può pensare di intervenire direttamente, ma ha necessità di poter contare su un forte sistema di rappresentanza. Proprio l’impetuoso affermarsi della globalizzazione dà un ruolo crescente al momento associativo nel costruire le condizioni per la competitività [...] In questo scenario mondiale è difficile credere che i paesi europei, anche i grandi, possano avere un ruolo da protagonisti se agiranno separatamente. Solo l’Europa unita potrà far sentire la propria voce [...] Oggi, dopo più di mezzo secolo di storia spesso tormentata, l’Europa attraversa la sua fase più difficile: il rischio che l’intero Progetto si indebolisca o addirittura si sgretoli è reale. Credo che l’Europa reggerà. Credo, anzi, che il disegno dei padri fondatori debba e possa essere rilanciato per un’Europa che sia sempre più comunità e sempre meno somma di nazioni. É proprio in un momento di crisi come questo che occorre rilanciare la prospettiva degli Stati Uniti d’Europa; forse non per noi, ma certo per i nostri figli. La moneta unica ci rende partecipi di un destino comune. Ci obbliga, oggi, a costruire una casa più solida. Una casa capace di coniugare meglio l'esigenza del rigore con quella della crescita. Una casa capace di farsi carico delle grandi proposte infrastrutturali, essenziali per lo sviluppo dell'intero Continente. Un'Europa percepita come solo rigore non regge e sta iniziando a dare spazio a pericolose spinte centrifughe. Così come non regge un'Unione Monetaria in cui il credito è scarso e costoso in alcuni paesi, abbondante e a buon mercato in altri. Anche per questo, serve una casa comune. Una casa comune per il fisco, per il welfare, per le infrastrutture, per l’energia. All'Europa dobbiamo dedicare sempre più attenzione: il 70% della normativa italiana che interessa le imprese è di derivazione comunitaria. Per tutte queste ragioni, l’Europa sarà una delle priorità del mio mandato [...] Se vogliamo fermare l'emorragia è indispensabile fare subito alcune cose. Semplificare la Pubblica amministrazione L’ho detto e lo ripeto: la riforma della Pubblica amministrazione è la “madre di tutte le riforme” perché è quella che, insieme alla semplificazione normativa, più ci può aiutare a tornare a crescere. Così non si pesa sul deficit, ma si incide fortemente sulla competitività, e quindi sulla crescita. Per crescere è necessario liberare le energie creative e innovative che il nostro Paese possiede, affrancare cittadini e imprese dai vincoli opprimenti che ostacolano la libera iniziativa. L’Italia ha molte potenzialità ancora inespresse. Nonostante la crisi gli imprenditori italiani continuano a investire, innovare, esportare, credere nel futuro. Per questo è essenziale, oggi ancor di più, combattere una cultura che sfiducia chi vuole intraprendere. Occorre scoraggiare l’atteggiamento di ostilità preconcetta di alcuni verso gli insediamenti produttivi. Bisogna rivalutare la figura sociale dell'imprenditore, renderla un esempio da imitare per i tanti giovani di valore che ogni giorno ci guardano. Bisogna far diventare protagonista la passione imprenditoriale. Luigi Einaudi diceva: «Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di guadagno. Il gusto, l'orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno». Sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti i risultati di visioni distorte, in particolare della funzione pubblica e del perimetro dello Stato, considerato ancora oggi, spesso, come l’unica possibile fonte di posti di lavoro. Negli ultimi anni sono stati numerosi i tentativi per delineare un quadro normativo più favorevole e un nuovo modello di amministrazione trasparente, responsabile, efficiente. I risultati, però, sono ancora poco tangibili. Nei diversi passaggi della “filiera produttiva” del servizio pubblico, che va dalla creazione delle norme fino alla loro applicazione, prosperano resistenze e inefficienze che impediscono una visione d’insieme degli interessi del Paese. Al vertice della filiera c’è un tessuto normativo saturo, caratterizzato da regole irrazionali e contraddittorie. Su questo aspetto, la Riforma del Titolo V della Costituzione ha avuto effetti deleteri. Com’è possibile che il rilascio di un’autorizzazione sia regolato da una legge statale, da almeno ventuno leggi regionali e da circa ottomila regolamenti comunali troppo spesso diversi uno dall’altro? Gli investitori esteri non riescono a capire tutto questo e preferiscono dirottare le loro iniziative verso altri paesi. A parlare sono i numeri: nel Rapporto Doing Business della Banca Mondiale l’Italia è all’87esimo posto, superata da tutte le principali economie europee. Le istanze di semplificazione trovano la propria base nella nostra Costituzione, dove è scritto che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo del Paese. Questo concetto cardine in una democrazia moderna come si rapporta ad una produzione di norme tributarie cresciuta esponenzialmente nell’ultimo decennio? Ogni manovra è stata accompagnata da una miriade di norme tributarie inserite a forza nei decreti-legge, per motivi di gettito, regolarmente cambiate, in tutto o in parte, in sede di conversione o con provvedimenti successivi. Norme poco chiare, scoordinate dal resto dell’ordinamento, talvolta neppure attuate. Per essere efficiente un sistema tributario deve essere stabile. In Italia le regole fiscali cambiano ogni mese. È il momento di invertire la rotta [...] L’amministrazione finanziaria è oggi vista da molti come un vero e proprio nemico. Sempre più spesso verifiche ed accertamenti sulle imprese si basano su teoremi accertativi sprovvisti di solido ancoraggio legislativo (l’elusione, l’abuso del diritto, l’atto antieconomico) ovvero su interpretazioni delle norme francamente discutibili. Le imprese vivono nell’incertezza: un semplice cambiamento interpretativo comporta pesanti conseguenze, per imposte e sanzioni. L’amministrazione finanziaria deve saper distinguere tra i contribuenti onesti e quelli disonesti. I secondi vanno puniti, con sanzioni graduate in base alla gravità del loro comportamento. I primi devono essere aiutati, anche quando – se in buona fede – hanno sbagliato [...] Avviare una nuova attività economica vuol dire investimenti, posti di lavoro, benessere. Tenere tutto fermo in attesa della risposta di un ufficio pubblico è un “costo sociale” che il sistema Italia non può più sostenere. Gli sforzi di chi innova e il rischio che assume chi decide di investire non possono essere frustrati dall’incertezza legata agli anni di attesa per un’autorizzazione o per far valere un contratto davanti a un giudice [...] Lo Stato deve far fronte alle proprie obbligazioni verso i fornitori. Nei giorni scorsi sono state prese misure importanti riguardo la certificazione dei crediti e le compensazioni rispetto ai debiti iscritti a ruolo. Ne verrà ossigeno alle imprese in termini di liquidità. Ora ci aspettiamo che lo Stato acceleri davvero i pagamenti, sia per quello che riguarda il debito pregresso, sia per quello che riguarda le nuove forniture. Non possiamo più accettare che le imprese falliscano perché devono versare le tasse per forniture fatte allo Stato e che lo Stato non ha pagato. Non possiamo più accettare che lo Stato ritardi persino i rimborsi dei crediti lVA. Occorre dare concreta prospettiva di riduzione della pressione fiscale sulle imprese e sul lavoro [...] La carenza e i costi del credito sono il nodo più urgente da sciogliere perché sta soffocando il tessuto produttivo. Sappiamo bene che il rafforzamento patrimoniale delle imprese è obiettivo ineludibile. Sappiamo anche che l'aggravarsi del problema credito nell'ultimo anno è legato principalmente alla sfiducia dei mercati internazionali nei confronti del nostro debito sovrano e a regole che penalizzano le nostre banche e il credito alle piccole e medie imprese. Alle banche e allo Stato italiano chiediamo uno sforzo aggiuntivo [...] Bisogna far sì che le banche diano attuazione concreta alla moratoria concordata nel febbraio scorso, nonché al protocollo sottoscritto martedì: i fondi ottenuti a tassi di favore dalla BCE devono finanziare gli investimenti dare liquidità alle imprese a fronte dei ritardati pagamenti della Pubblica amministrazione. E bisogna utilizzare di più le grandi potenzialità della Cassa Depositi e Prestiti [...] Oggi, sempre più, il fattore di produzione decisivo è la ricerca. Per tornare a crescere, per essere protagonisti sui mercati internazionali, per creare occupazione e assicurare qualità della vita è fondamentale porre Ricerca e Innovazione al centro dell'attività di tutte le imprese, del Governo, del Paese. Non possiamo continuare a vedere la Ricerca e l'Innovazione come qualcosa di settoriale, episodico, residuale. L'Italia è in ritardo per gli investimenti sia pubblici, sia privati. É necessario crescere nei settori ad alta tecnologia e diffondere la ricerca nelle imprese di ogni dimensione e di tutti i settori, compresi quelli tradizionali [...] L'istruzione non è un lusso. Serve a formare cittadini consapevoli. Ma serve anche alle imprese che troppo spesso faticano a trovare le competenze e i profili professionali necessari. Per questo il tema dell'Education è parte integrante della nostra strategia di politica industriale. Va superata un'antica diffidenza nei confronti delle imprese e l'idea che la scuola serva per la vita, ma non per il lavoro. Come se vita e lavoro fossero qualcosa di separabile. Con l’inversione di tendenza nell’orientamento degli studenti alle materie tecniche stiamo raccogliendo i primi risultati degli sforzi di scuole e imprese per avvicinare i giovani a percorsi di studio più legati alle nostre esigenze. Anche l'Università, dopo la recente riforma, è chiamata a dare un contributo fondamentale alla crescita del Paese. Valutazione, nuova governance, autonomia e flessibilità, nuovi criteri per il reclutamento, maggiore concorrenza fra atenei, maggior rapporto con le imprese: sono questi gli ingredienti per una vera svolta dell'Università italiana [...] Dobbiamo potenziare l’azione di tutela del made in Italy, soprattutto a livello europeo, impedendo che strumenti come l’antidumping vengano depotenziati e affermando con sempre maggiore determinazione l’esigenza che le regole commerciali vengano rispettate da tutti. Il Governo deve mettere in campo le risorse necessarie a contrastare il fenomeno della contraffazione sia alle dogane, sia sul territorio [...] Il gap infrastrutturale è tra le cause principali della scarsa competitività italiana e della recessione in atto. Il settore delle costruzioni attiva tre milioni di addetti fra diretti e indiretti. Nuove e innovative infrastrutture sono fattori essenziali di competitività per il Paese. Per arrivare a una vera politica infrastrutturale il problema non sono le risorse, ma l’impotenza decisionale che va superata: le infrastrutture si devono programmare, non devono essere pilotate dalle logiche dell'amministrazione e dell’emergenza [...] realizzare un nuovo piano per l'edilizia sia per quella popolare, sia con incentivi all'uso delle nuove tecnologie per l'efficienza energetica e la qualità della vita. Sostenibilità e ambiente É oggi diffusa la consapevolezza che lo sviluppo per essere tale deve essere sostenibile socialmente e ambientalmente. É una sfida che coinvolge l’intera società, in cui le imprese hanno un ruolo decisivo perché saranno protagoniste dell’innovazione riorientando le produzioni tradizionali a criteri di maggiore sostenibilità, perché saranno strategiche in settori in cui la sostenibilità è una vera e propria leva di crescita [...] Il rispetto della legalità è essenziale per la convivenza civile. Ma è anche condizione indispensabile per gli investimenti delle imprese e per il buon funzionamento del mercato. Negli ultimi anni, grazie anche all'azione propulsiva di Confindustria Sicilia, la Confindustria di tutto il Mezzogiorno è entrata con forza sui temi della legalità e dell'antimafia. Nel Mezzogiorno, Confindustria ha iniziato a espellere iscritti collusi e, soprattutto, a stare concretamente a fianco delle vittime [...] Soprattutto come imprenditori abbiamo una responsabilità storica nei confronti dei nostri giovani. Se non apriamo ai giovani nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l’Italia. Governo e Parlamento devono agire sulle quattro urgenze assolute che abbiamo rappresentato: · riforma della Pubblica amministrazione e semplificazione normativa con risultati a breve e concreti; · pagamenti della Pubblica amministrazione; · tagli alla spesa pubblica per rendere possibile una riduzione della pressione fiscale e un rilancio sostenuto dei consumi interni; · credito alle imprese. Per noi è una questione di sopravvivenza che coincide con la sopravvivenza del Paese stesso. Ed è per questo e con questo spirito che chiediamo di aprire un confronto per una nuova politica industriale che consenta a questo Paese una vera prospettiva di crescita. Non pensiamo di avere la bacchetta magica, ma abbiamo la determinazione e la voglia di contribuire a risolvere i problemi del nostro Paese. Perché le nostre sorti sono legate a questo Paese da un nesso indissolubile. Perché noi crediamo in questo Paese, altrimenti non faremmo il mestiere che facciamo. Perché pensiamo che le nostre imprese sono il futuro di questo Paese, dei suoi giovani, dei nostri figli. Per leggere il testo integrale della relazione: http://www.confindustria.it/Aree/DocumentiPub.nsf/12EA19FDE45D07CDC1257A0800351432/$File/Relazione%20Assemblea%20Pubblica%202012.pdf

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