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L' ART. 20 DELLA RIFORMA FORENSE E LA TUTELA DELLA DIGNITA'

Sull'impianto della riforma, il cui esame riprende oggi al Senato per la definitiva approvazione, sono già state espresse ampie riserve inerenti l'accesso alla professione, la formazione, le tariffe, il divieto di pubblicità, le specializzazioni, l'introduzione dell'esame per Cassazionista, etc. L'art. 20 (ex art. 19) approvato prevede, in sintesi, l’obbligo per i Consigli dell’Ordine territoriali di provvedere ogni tre anni alla revisione ed eventuale cancellazione dall’Albo di quegli Avvocati che non siano in grado di provare, quasi sicuramente sulla scorta di parametri reddituali, individuati da un regolamento emanato dal Ministro di Grazia e Giustizia su proposta del Consiglio Nazionale Forense (nota 1), l’esercizio effettivo e continuativo della professione con possibilità, in caso di omissione dei Consigli locali, di sostituzione con un Commissario ad acta nominato dal Consiglio Nazionale Forense stesso. Seri e fondati sono i dubbi circa la sua costituzionalità e compatibilità con la normativa e la giurisprudenza comunitaria. In primis, gli effetti distorsivi sul principio della libera concorrenza fra colleghi: Invero, ci si interroga seriamente se sia lecito che tuoi colleghi Avvocati e concorrenti, anche se più affermati o eletti in consigli dell'ordine o altri organismi (nota 2), possano privarti dell'iscrizione all'Albo e del lavoro? Quanto, poi, alla possibilità di fornire la prova effettiva dell’esercizio continuativo della professione è facilmente intuibile l’inaccettabile discrimine fra Avvocati inseriti, per ragioni familiari o condizioni sociali, in determinati contesti che li agevolano e i loro colleghi meno fortunati. Ma vi è di più ed inerisce aspetti connaturati alla dignità della persona e alla tutela del lavoro: Le difficoltà di una categoria che conta oltre 220 mila iscritti sono sotto gli occhi di tutti; decine di migliaia di giovani avvocati annaspano in proprio o presso studi di cui, di fatto, sono dipendenti per qualche migliaio di euro al mese (se va bene), ma senza ricevere alcuna delle tutele previste per qualsiasi lavoratore subordinato. Costoro, invero, dal punto di vista lavorativo sono dei veri e propri “soggetti deboli” che rischiano di essere vessati e incalzati da questa norma sulla continuità professionale a scapito della loro dignità e tranquillità personale. Quando si vuol giustificare la previsione del criterio della continuità dell’esercizio professionale come garanzia dell’affidabilità della prestazione legale, più che ad un argomento serio viene da pensare ad una strumentale forzatura. Tale è infatti l’assunto che ad un più alto fatturato corrisponde una maggiore affidabilità della prestazione legale come se, fra l’altro, la difficoltà di fatturare dipendesse dalla negligenza o impreparazione del professionista e fosse a quest’ultimo colpevolmente imputabile fino al punto di cancellarlo dall’Albo e privarlo, comunque, del proprio lavoro con cui egli si mantiene. L’art. 35, primo comma, della Costituzione tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni (senza distinzioni fra lavoro manuale e intellettuale), ergo, fino a prova contraria, in una Repubblica che si fonda ancora su di esso anche il lavoro di un Avvocato è ampiamente tutelato, a maggior ragione ove prevale sul capitale. Se la Corte di giustizia europea con un orientamento ben consolidato si è espressa sempre contro norme che individuano nella continuità di un’attività professionale il requisito cui venga condizionato il riconoscimento di un qualsiasi beneficio, la possibilità di accesso a uno status determinato, una qualifica o un trattamento, lo ha fatto a tutela della dignità del professionista poiché intravedeva in tali norme possibilità di discriminazione anche indiretta a scapito delle donne e dei soggetti deboli in genere. Immaginate, poi, qualora questa norma dovesse malauguratamente entrare in vigore la situazione verosimile di quegli Avvocati che, loro malgrado, non riuscendo a mantenere il passo con i criteri della continuità professionale si vedranno costretti ad addurre giustificazioni varie innanzi a loro colleghi e concorrenti sul perché in quel triennio non hanno raggiunto determinati parametri reddituali con grave e inaccettabile lesione e mortificazione della loro dignità personale; tralasciando poi i probabili risvolti clientelari per cercare in qualche modo di sfuggire alla mannaia che li estrometterebbe definitivamente dal giro, anche modesto, di clientela e di guadagno. Sarebbe quasi impossibile per costoro una volta cancellati potervi rientrare richiedendo la reiscrizione all’Albo che pure pare sia prevista. Che sorte toccherebbe a quei 50-60 mila professionisti che già attualmente non sono in linea con i criteri di continuità previsti per la previdenza forense (Cfr. nota 1)? E tutti gli altri avvocati si sentirebbero tranquilli a lasciare al Ministro di Grazia e Giustizia e al Consiglio Nazionale Forense una delega in bianco volta a individuare periodicamente e a propria discrezionalità i criteri a cui bisognerà attenersi per conservare l'iscrizione all'Albo e per poter continuare a lavorare? In definitiva, anche volendo dare un minimo di credito alle istanze del CNF e dell' OUA che con tanta enfasi perorano l'approvazione di questo articolo, va affermato con forza che prima della dignità e del decoro della professione di Avvocato viene la tutela della dignità e del decoro della persona umana e di chi lavora. nota 1 Si tratta dell’estensione alla permanenza stessa nell’ albo avvocati e, quindi, alla possibilità di esercitare e lavorare del criterio già in vigore per la previdenza forense che esclude da una pensione effettiva tutti gli avvocati che non riescono a tenere il passo con i minimi reddituali o di volume d'affari fissati, di anno in anno, dalla Cassa Nazionale di Previdenza. nota 2 Da un'indagine sulle votazioni del 2008 promossa dall'Unione Giovani Avvocati Italiani e ripresa dal Sole 24 ore, si ricava che, a livello nazionale, quasi sei avvocati su dieci, il 55,5%, non votano alle elezioni forensi e nei due più grossi Fori italiani la percentuale sale al 68% a Roma ed al 67% a Milano.

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